Previdenza Complementare – a che punto siamo?

La previdenza complementare, principali dati statistici aggiornamento dicembre 2016.
Le adesioni
Alla fine del 2016, le adesioni alla previdenza complementare sono circa 7,8 milioni; al netto delle uscite, la crescita dall’inizio dell’anno è pari a 557.000 unità (7,7 per cento).
Nei fondi negoziali, si è registrato un incremento di 177.000 iscrizioni (7,3 per cento), per un totale a fine anno di 2,597 milioni; in tutto il corso dell’anno, le adesioni sono state ancora trainate dal meccanismo di adesione contrattuale ai fondi rivolti ai lavoratori del settore edile.
L’andamento delle iscrizioni è stato marginalmente più dinamico nelle forme pensionistiche di mercato offerte da intermediari finanziari. Le adesioni sono aumentate di 108.000 unità nei fondi aperti (9,5 per cento) e di 271.000 nei PIP “nuovi” (10,5 per cento), portando il totale complessivo a fine anno, rispettivamente, a circa 1,259 milioni e 2,867 milioni.
Le risorse in gestione
Secondo stime preliminari che escludono la crescita dei fondi pensione preesistenti e dei PIP “vecchi”, a fine 2016 il patrimonio accumulato dalle forme pensionistiche complementari si è attestato a 149 miliardi di euro.
Le risorse dei fondi negoziali ammontano a 45,9 miliardi, in crescita dell’8 per cento. I PIP “nuovi” dispongono di un patrimonio di 23,8 miliardi e i fondi aperti di 17 miliardi; l’incremento nell’anno è stato, rispettivamente, del 18,8 e del 10,8 per cento.
I rendimenti
I rendimenti aggregati, al netto dei costi di gestione e della fiscalità, sono stati in media positivi per tutte le tipologie di forma pensionistica e per i rispettivi comparti. I fondi negoziali e i fondi aperti hanno reso in media, rispettivamente, il 2,7 e il 2,2 per cento; per i PIP “nuovi” di ramo III, il rendimento medio è stato del 3,6 per cento. Nel 2016 il TFR si è rivalutato, al netto dell’imposta sostitutiva, dell’1,5 per cento.
All’interno di ciascuna delle diverse tipologie di forma pensionistica, i risultati più elevati si sono avuti nelle linee a maggior contenuto di titoli di capitale, sospinte dall’apprezzamento dei corsi azionari nell’ultimo trimestre dell’anno; nello stesso periodo, i rendimenti delle linee obbligazionarie e garantite hanno subito l’effetto della riduzione dei corsi dei titoli di debito, pur rimanendo nella media dell’anno in territorio positivo.